Il rischio nascosto di ogni ambizione

Non domandare al Signore il potere né al re un posto di onore. Non farti giusto davanti al Signore né saggio davanti al re. Non cercare di divenire giudice se ti manca la forza di estirpare l’ingiustizia, perché temeresti di fronte al potente e getteresti una macchia sulla tua retta condotta. Non fare soprusi contro l’assemblea della città e non degradarti in mezzo al popolo (Sir 7,4-7).

Perché a volte desidero un ruolo, un riconoscimento, un’autorità, prima ancora di sapere se sono davvero capace di portarne il peso? Perché mi capita di voler sembrare più giusto o più saggio di quanto non mi senta nel profondo?

Ben Sira scrive per una Gerusalemme del II secolo a.C. dove i giudici locali si sedevano alla porta della città e amministravano la giustizia sotto lo sguardo diretto dei potenti del luogo — proprietari terrieri, funzionari, famiglie influenti. In quel contesto, un giudice debole non rischiava solo di sbagliare: rischiava di essere piegato dalla pressione di chi aveva più potere di lui. È lo scenario preciso a cui Ben Sira allude: “Non cercare di divenire giudice se ti manca la forza di estirpare l’ingiustizia, perché temeresti di fronte al potente” (Sir 7,6). Non basta desiderare di fare giustizia: serve la solidità per farla anche quando costa.

Lo stesso principio riemerge, con un’immagine sorprendentemente simile, nel Vangelo. Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di sedere alla sua destra e alla sua sinistra “nella tua gloria” — un posto d’onore, esattamente ciò che il Siracide sconsiglia di cercare senza essere pronti. Gesù non li rimprovera per il desiderio, ma li interroga: “Potete bere il calice che io bevo?” (Mc 10,38). La domanda di Gesù è, in fondo, la stessa del Siracide: hai la forza per reggere ciò che stai chiedendo, o vuoi solo il titolo senza il prezzo?

Dal punto di vista psicologico, inseguire un ruolo o un’immagine di sé più grande di quella reale nasconde, spesso, un bisogno di validazione, non una vera vocazione. Il potere, quando arriva prima della maturità necessaria a portarlo, non rivela il meglio di noi: espone le nostre fragilità non ancora guarite, proprio nel momento in cui più persone ci guardano.

Custodire questa parola significa imparare a chiedersi, con onestà, “sono pronto per questo o voglio solo sembrare qualcosa che non sono?” — perché la vera autorità, quella che non si piega davanti al potente, nasce da una solidità interiore costruita prima, non dal titolo che indossiamo dopo.