Dizionario Carismatico
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PECCATO
La parola peccato, in ebraico chata’, significa semplicemente “mancare il bersaglio“, come un arciere che mira al centro, scocca la freccia con tutta la sua energia, ma la vede deviare e cadere lontano. Non è una questione di regole morali o di un “Dio che punisce”, ma si tratta di una perdita di direzione nella vita. Ci allontaniamo da ciò che ci rende davvero vivi: la relazione profonda con Dio, con noi stessi e con gli altri. Ci sembra di guadagnare libertà, ma finiamo intrappolati in catene invisibili.
In pratica, il peccato è un grosso autoinganno. Ci convinciamo che inseguire i nostri capricci – un piacere veloce, una rivincita, un po’ di potere in più – ci farà stare bene e ci realizzerà, invece, tutto questo ci prosciuga, ci lascia vuoti e confusi. È l’”io” che si ribella (o che cerca la felicità in modo sbagliato), che vuole fare da padrone al posto di Dio, ma finisce sempre male, come una scalata senza corde di sicurezza.
Il peccato nasce sempre da una proposta furba – e in genere affascinante – sussurrata dal “nemico” dentro di noi ed è, spesso, mascherata da cosa buona. Ci promette una strada più facile e veloce, ma è una trappola. Diventa un veleno lento che ci indebolisce dentro, ci fa sentire isolati, pronti a ricascarci e, infine, ci getta nel senso di colpa, fino alla disperazione.
Dio, però, ci dà l’antidoto al peccato, che è il Suo amore che ci guida verso la realizzazione. Basta riconoscere l’errore (peccato), chiedere al Signore che intervenga con la sua misericordia, agire in un modo nuovo (cambiare rotta) e camminare con Lui verso la vita vera, verso la pienezza e la realizzazione.
A proposito, la nostra carne (l’io ferito), ci riproverà a farci uscire di strada. Chiediamo a Dio anche la guarigione del cuore e la liberazione spirituale così staremo “da Dio” – camminando verso la Santità (cerca anche questa parola nel dizionario e scoprirai che…).
SANTITÀ
Una “parola”, questa, che spaventa un po’ tutti – forse per come ci è stata trasmessa tante volte (senza una buona spiegazione sa di bigotto e di irrealizzabile): ”Un tempo anche voi eravate stranieri e nemici, con la mente intenta alle opere cattive; ora egli vi ha riconciliati […], per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili dinanzi a lui (Col 1,21-22).
Da nemici della vita (Dio) ad amici, dal vivere l’oscurità al vivere la bellezza della Luce. La santità è una condizione di gioia, beatitudine e felicità profonda, in cui l’essere umano raggiunge la pienezza della propria esistenza aprendosi all’amore verso Dio e verso gli altri.
La santità non è perfezione irraggiungibile, ma un cammino di unificazione: diventare sempre più ciò che Dio ha sognato per noi. Nella Bibbia, la santità è prima di tutto un invito: «Siate santi, perché io sono Santo» (Lv 11,44). Non è un comando che pesa, ma una chiamata alla vera realizzazione della nostra vita. Dio ci attira verso la nostra versione più integra, autentica e libera.
La santità non è essere “perfetti”: è diventare quello che dobbiamo essere (secondo il progetto originario). È lasciare che Dio illumini chi sei (la versione redenta e nuova), così che anche gli altri possano vedere meglio chi sono loro.
In sintesi, la santità, considerata come pienezza di vita, può essere descritta come il processo di crescita personale nelle virtù e nell’amore, che porta l’essere umano a vivere in modo pieno, felice, libero e autentico – un cammino di maturazione interiore benefico sotto tutti gli aspetti dell’essere umano.
SHALOM
La parola “shalom” è una dei termini più ricchi di significati che la Bibbia contenga. Il suo significato è molto più profondo, complesso e completo della sola traduzione “pace”. Essa, certamente, contiene ed esprime il significato di “pace” ma, non solo nel senso di assenza di conflitto quanto, piuttosto, inteso come uno stato o modo di essere che può essere definito, ma mai totalmente, con i seguenti termini: interezza, integrità, felicità, sicurezza, star-bene, condizione di tranquillità e di ordine, pienezza, totalità, perfezione, armonia, compiutezza.
Ecco diversi significati del verbo – dalla radice shlm – descritto nell’antico testamento:
- Essere intero, sano, essere senza danno (Gen 15,15; Gen 33,18);
- Avere soddisfazione, abbastanza, essere appagato (Gb 9,4; 1Re 7,51);
- Pagare, indennizzare (Es 21,33 s.; 1Sam 24,20);
- Adempiere, portare a compimento, ristabilire (Gb 8,6);
- Costruire, terminare (1Re 9,25);
- Nominare qualcuno destinatario del pagamento, rappacificare (Gs 10, 1.4; 2Sam 10,19);
- L’opera più forte e che le può racchiudere tutte è, sicuramente, il riscatto operato dal Messia.
Questo ci porta a individuare tutti gli elementi dell’armonia psico-fisica dell’uomo in sé, nella relazione con gli altri esseri umani e nel suo rapporto con Dio:
- Benessere (Gn 37,14);
- Prosperità (Is 66,12);
- Favore, amore (Ct 8,10);
- Onestà, rispettabilità (Is, 59,8);
- Giustizia e diritto (Is 32,17 s.);
- Bene personale e del paese (Gn 41,16; Ger 29,7).
La shalom non è una pace che viene in noi attraverso uno sforzo personale, una convinzione dottrinale o delle pratiche religiose, ma solo attraverso la persona del Cristo. È solo attraverso le fede nel Signore Gesù che possiamo trovare il vero riposo dello spirito, la vera pace.
Kairós
Il termine “kairós” viene dal greco e significa “momento opportuno, tempo favorevole, circostanza giusta”. Indica il tempo in senso qualitativo, cioè “il momento giusto” per un evento decisivo.
È diverso da “chrónos”, che indica, invece, il tempo cronologico, misurabile (giorni, ore, anni – misurabili con l’orologio, il calendario).
Il kairós è il tempo scelto da Dio per agire nella storia o nella vita di una persona. Non è un tempo qualsiasi, ma un tempo di grazia, un’occasione speciale in cui Dio interviene o chiama.
Ad esempio:
- Nel Nuovo Testamento, Gesù inizia la sua predicazione dicendo:
«Il tempo (kairós) è compiuto e il Regno di Dio è vicino» (Mc 1,15).
Qui non si tratta di un anno sul calendario, ma del momento stabilito da Dio in cui la salvezza si realizza. - San Paolo usa spesso il termine parlando di momenti favorevoli di salvezza: «Ecco ora il tempo favorevole (kairós), ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6,2).
Quando si dice che un credente vive un kairós di Dio, si intende che sta attraversando un momento particolare in cui Dio lo chiama, lo tocca, gli offre una possibilità di cambiamento o di incontro con Lui. È un’occasione che richiede attenzione e risposta, perché non è semplicemente “un giorno come gli altri”, ma un tempo carico di significato.
Charis
Grazia (in latino gratia , in greco χάρις, cháris ) è in teologia l’azione libera dell’amore del Dio trino, è la misericordia che agisce facendosi vita. È il dono assolutamente gratuito di Dio. Non c’è solo il perdono dei peccati ma anche il ri-donare (nuovamente c’è il termine dono) la vita. Si passa dal cuore (misericordioso), al grembo che dona la vita. La charis ci fa ri-nascere dall’alto (vedi in Gv 3) offrendoci una nuova opportunità per il nostro esistere.
Dio è artefice della grazia ed è da Lui che essa si diffonde in tutte le sue forme. È l’azione Divina che guarisce, libera, sana e salva la nostra esistenza dal nemico della vita.
L’apostolo Paolo comincia molte delle sue lettere con l’espressione “grazia a voi”:
A quanti sono in Roma diletti da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo (Rm 1,7). Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso, credenti in Cristo Gesù: grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo (Ef 1,2). Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo (1Cor 1,3).
Divino
La parola “divino” deriva dal latino divinus, che a sua volta proviene da divus, cioè “dio” o “proveniente da un dio”.
Quindi, divino significa “che appartiene a Dio”, “che viene da Dio” o “che riflette Dio”.
Il “divino” è ciò che esprime la natura stessa di Dio:
- È eterno, senza inizio né fine.
- È onnipotente, perché tutto esiste grazie a Lui.
- È onnisciente, conosce tutto, anche ciò che è nel cuore umano.
- È onnipresente, cioè non è limitato da spazio o tempo.
- È amore puro, fonte di bontà, misericordia e giustizia.
Quando si dice che qualcosa è “divino”, si intende, quindi, che porta in sé un riflesso della perfezione o della presenza di Dio e può anche riferirsi a ciò che avvicina l’uomo a Dio:
- La preghiera è un atto divino perché mette in contatto con Dio.
- L’amore disinteressato, il perdono, la compassione sono atteggiamenti che manifestano qualcosa di divino nel cuore umano.
- Anche la bellezza del creato (un tramonto, la vita, la musica sacra…) può essere chiamata “divina”, perché rivela la grandezza del Creatore.
Il “divino” non è solo un aggettivo, ma una presenza reale. È Dio stesso che si manifesta nella vita, nella coscienza e nell’amore. Chiamare qualcosa “divino” significa riconoscere che in essa brilla la presenza di Dio, un frammento di eternità dentro il tempo, un segno del Cielo nel cuore dell’uomo.
Salvezza
Nell’Antico Testamento “salvezza” traduce diversi termini che indicano liberazione dai mali più diversi, materiali e spirituali. Il termine ebraico ישׁוּעה (yeshû‛âh) suggerisce l’idea di una liberazione. La radice significa “essere largo” o “spazioso”. Liberare, quindi, significa: mettere al largo, spezzare una catena, far uscire dal confino, salvare dall’oppressione tanto che il liberato ora può svilupparsi senza ostacoli e Dio ne è sempre protagonista.
I termini che il Nuovo Testamento greco utilizza per “salvare” e “salvezza” (sōtēria), etimologicamente, suggeriscono l’idea di strappare a forza qualcuno da un grave pericolo. Possono pure significare salvare da una sentenza di tribunale o da una malattia (guarire).
In latino la parola “salvezza” è salus, da cui proviene anche “salute“.
Chi è che salva
Ge-sù si traduce con “JHWH è salvezza” o “Dio salva”.
Con questo nome, Gesù si è presentato come Colui che si fa prossimo a ognuno di noi. Fu Lui stesso a darci il programma di salvezza che avrebbe portato prima di attuarlo quando, nella sinagoga, lesse il rotolo del profeta Isaia: Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, canto di lode invece di un cuore mesto (Is 61,1-3).
Terra Promessa
Nella Bibbia, la Terra promessa è la terra che Dio ha promesso al popolo di Israele, ai discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe. Si tratta del territorio di Canaan, situata tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano – quella che oggi corrisponde in gran parte all’attuale Israele e ai territori vicini – ed è la meta del lungo viaggio del popolo ebraico dopo la liberazione dall’Egitto, guidato da Mosè e poi da Giosuè.
“Così il Signore diede a Israele tutto il paese che aveva giurato di dare ai loro padri; essi ne presero possesso e vi si stabilirono. Il Signore concesse loro pace tutt’intorno, secondo quanto aveva giurato ai loro padri; nessuno di tutti i loro nemici poté resistere loro: il Signore mise tutti i nemici in loro potere. Di tutte le buone promesse che il Signore aveva fatto alla casa d’Israele, nessuna andò a vuoto: tutto si compì” (Gs 21,43-55).
Al di là del luogo geografico, la Terra promessa è segno dell’alleanza tra Dio e il Suo popolo, è un luogo spirituale che raffigura un “luogo di pienezza”. Pienezza di vita e vita in pienezza. Rappresenta la realizzazione del piano di Dio per il Suo popolo, cioè la vita nuova e il compimento in Dio: sentirsi giusti, al posto giusto, nel momento giusto, facendo le cose giuste.
È il dono che Dio fa a chi si fida di Lui.
- È segno della fedeltà di Dio: Egli mantiene le sue promesse.
- È ricompensa della fede e dell’obbedienza.
- È luogo di pace, abbondanza e libertà, dove il popolo può vivere in comunione con Dio.
La nostra Terra promessa è quindi la vita eterna (smisurata). È immagine del Paradiso che però non è solo una meta finale, ma, come detto, una “pienezza di vita” che comincia già su questa terra.
Purificazione
La parola “Purificazione” deriva dal latino purus (“puro”) e facere (“rendere”).
Letteralmente, significa “rendere puro”, cioè liberare da ciò che sporca, appesantisce o allontana dalla vera Luce.
La purificazione è un’opera di Dio nell’uomo ma anche una collaborazione dell’uomo con la Grazia Divina.
È Dio che purifica ma l’uomo deve accogliere e cooperare con questo dono.
La purificazione:
- Rimuove il “male”, cioè ciò che separa da Dio.
- Guarisce il cuore, liberandolo da orgoglio, egoismo e paura.
- Rinnova la mente, insegnando a vedere con gli occhi nuovi, quelli istruiti dalle Sacre Scritture.
- Rende l’anima pronta ad accogliere la presenza Divina.
Lo scopo della purificazione non è soltanto “essere migliori” ma unirsi più profondamente a Dio.
Solo un cuore purificato può vedere e gustare la presenza divina. Come dice il Vangelo: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8).
Vediamo un esempio biblico di purificazione.
Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: «Sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne fate un covo di ladri». Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì. Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che aveva fatto e i fanciulli che acclamavano nel tempio: «Osanna al figlio di Davide!», si sdegnarono, e gli dissero: «Non senti quello che dicono costoro?». Gesù rispose loro: «Sì! Non avete mai letto: Dalla bocca di bambini e di lattanti hai tratto per te una lode?». Li lasciò, uscì fuori dalla città, verso Betània, e là trascorse la notte (Mt 21,12-17).
Gesù compie una purificazione nel tempio. La legge prevedeva che, se qualcuno fosse stato ammalato, sarebbe dovuto stare “fuori” dal tempio. Gesù elimina quello che impedisce a “tutti” di entrare in contatto col Divino e poi agisce (li guarì). Solo dopo questa purificazione, ciechi e storpi si avvicinarono al Divino e alla sua opera salvifica.