Anche un bue conosce il suo padrone meglio di te
Udite, o cieli, ascolta, o terra, così parla il Signore: «Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende». Guai, gente peccatrice, popolo carico d’iniquità! Razza di scellerati, figli corrotti! Hanno abbandonato il Signore, hanno disprezzato il Santo d’Israele, si sono voltati indietro. Perché volete ancora essere colpiti, accumulando ribellioni? (Is 1,2-5).
Perché continuiamo a scegliere ciò che ci fa soffrire, anche quando dentro di noi sappiamo già come andrà a finire? Perché, a volte, è più facile capire cosa fa bene a un animale piuttosto che a noi stessi?
Isaia è un profeta attivo a Gerusalemme nell’VIII secolo a.C., in un tempo di crisi politica (la minaccia assira) e di scollamento religioso. Il capitolo con cui si apre il libro non è un semplice rimprovero: è costruito secondo un genere letterario preciso, la “causa giudiziaria” (in ebraico rib), tipica dei trattati di alleanza dell’antico Vicino Oriente. Quando un vassallo tradiva il patto con il suo sovrano, questi convocava cielo e terra come testimoni del processo — esattamente come fa Dio qui: “Udite, o cieli, ascolta, o terra”. Non è poesia decorativa: è la messa in scena di un patto d’amore infranto, portato davanti a un tribunale cosmico.
Dentro questa causa, l’immagine del bue e dell’asino colpisce proprio per la sua semplicità. Non sono animali nobili o rari: erano le bestie da lavoro più comuni di ogni famiglia, anche la più povera. Anche l’animale più semplice riconosce istintivamente la mano che lo nutre. Israele — capace di intelligenza, memoria, relazione — “non conosce”, “non comprende”: ha smarrito qualcosa che persino un animale possiede per natura.
Questa stessa dinamica di perdita e ritrovamento del riconoscimento riappare nel Vangelo, nella parabola del figlio prodigo. Dopo aver sperperato tutto, il testo dice che “rientrò in se stesso” (Lc 15,17): un’espressione che descrive esattamente il contrario del “non comprendere” di Isaia. È il momento in cui riconosce di nuovo da dove viene la sua vita, e decide di tornare.
Dal punto di vista psicologico, questa “non conoscenza” è, spesso, una forma di disconnessione da sé: agiamo per abitudine, per paura, per schemi radicati nel tempo, senza fermarci a chiederci se quella strada ci nutre o ci consuma lentamente.
L’ultima domanda del brano — “Perché volete ancora essere colpiti?” — non è un atto d’accusa, ma un invito a fermarsi: riconoscere, come il figlio della parabola, da dove viene davvero la vita è il primo passo per smettere di farsi del male da soli.