La sottile differenza tra fede e autoinganno

Ogni parola di Dio è purificata nel fuoco; egli è scudo per chi in lui si rifugia. Non aggiungere nulla alle sue parole, perché non ti riprenda e tu sia trovato bugiardo (Pr 30,5-6).

Ti capita di essere sicuro che “Dio vuole questo da te”, senza saperlo davvero? O di trasformare una tua paura, una tua pretesa, in una specie di legge che attribuisci a Lui o agli altri?

Questi versetti appartengono alle “parole di Agur, figlio di Iake”, un saggio quasi sconosciuto a cui è dedicato l’intero capitolo 30 dei Proverbi. Agur si presenta in modo insolito per un maestro di sapienza: comincia confessando la propria ignoranza — “Sono stupido, uomo, non uomo… non ho imparato la sapienza” (Pr 30,2-3) — e pone domande retoriche sull’impossibilità di comprendere pienamente Dio: “Chi è salito al cielo? Qual è il suo nome, e il nome di suo figlio, se lo sai?” (Pr 30,4). Solo dopo questa premessa di umiltà, arriva l’affermazione che leggiamo qui: proprio perché non possiamo afferrare Dio con la nostra intelligenza, tanto più dobbiamo fidarci esattamente di ciò che Lui ha detto, senza riempire il vuoto della nostra ignoranza con invenzioni nostre.

Questo è un principio che la Bibbia ribadisce, quasi con le stesse parole, anche nel suo ultimo libro. L’Apocalisse, infatti, si conclude con un avvertimento nei confronti di chi aggiunge o toglie qualcosa alle parole della profezia (Ap 22,18-19). Così, dal primo all’ultimo libro delle Scritture, viene ribadito lo stesso principio: le parole del testo sacro vanno conservate fedelmente.

Dal punto di vista psicologico, “aggiungere alle parole di Dio” è un meccanismo molto comune anche fuori dal contesto religioso: trasformiamo un’incertezza in una certezza assoluta, un timore in una regola rigida, un desiderio in un “dovere morale”. Capita nella fede — quando ci convinciamo che Dio “sicuramente” voglia punirci per un errore o pretenda da noi una perfezione che non ha mai chiesto — ma capita anche nelle relazioni, quando decidiamo cosa “sicuramente” pensa di noi una persona senza averglielo mai chiesto. Questo bisogno di riempire ogni vuoto con certezze fabbricate da noi nasce spesso dalla difficoltà di reggere l’incertezza — ma finisce per appesantirci di pesi che nessuno, in realtà, ci ha mai chiesto di portare.

La vera fede, allora, non è avere una risposta certa per tutto: è la fiducia matura di Agur, che accetta i propri limiti e si affida a ciò che è realmente affidabile, senza bisogno di aggiungere altro.