La domanda scomoda che la Bibbia non ha paura di fare
Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole? Una generazione se ne va e un’altra arriva, ma la terra resta sempre la stessa. Il sole sorge, il sole tramonta e si affretta a tornare là dove rinasce. Il vento va verso sud e piega verso nord. Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento. Tutti i fiumi scorrono verso il mare, eppure il mare non è mai pieno: al luogo dove i fiumi scorrono, continuano a scorrere. Tutte le parole si esauriscono e nessuno è in grado di esprimersi a fondo. Non si sazia l’occhio di guardare né l’orecchio è mai sazio di udire. Quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole. C’è forse qualcosa di cui si possa dire: «Ecco, questa è una novità»? Proprio questa è già avvenuta nei secoli che ci hanno preceduto. Nessun ricordo resta degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso quelli che verranno in seguito (Qo 1,2-11).
Perché, anche quando ottieni ciò che desideravi, la soddisfazione svanisce così in fretta? Perché, a volte, tutto — il lavoro, i progetti, persino i successi — sembra ripetersi sempre uguale, senza portarti davvero da nessuna parte?
Qoelet è un libro tardo dell’Antico Testamento (III secolo a.C.), scritto da un saggio erede della tradizione di Salomone ma con una voce diversa dagli altri libri sapienziali: dove Proverbi promette che la saggezza porta prosperità, Qoelet mette in discussione questa equazione, guardando in faccia l’esperienza reale della vita.
La parola tradotta come “vanità” traduce l’ebraico hevel, “soffio”, “vapore”: non indica qualcosa di moralmente sbagliato, ma di inafferrabile, che sfugge proprio mentre credi di possederlo — come il vento che “gira e va” o l’acqua che scorre senza mai fermarsi.
L’espressione ricorrente “sotto il sole” è la chiave del libro: lo sguardo di chi osserva l’esistenza chiusa nel solo orizzonte terreno, senza alcuna apertura che vada oltre. Da questo punto di vista, Qoelet ha ragione: nulla, in sé, basta a colmare il desiderio umano — non il lavoro, non il successo, non il piacere, non la conoscenza. Lo dimostra elencando esempi concreti: il sole che sorge e tramonta sempre uguale, il vento che gira su sé stesso, i fiumi che scorrono in un mare che non si riempie mai.
Gesù riprenderà quasi alla lettera la domanda di Qoelet — “Quale guadagno viene all’uomo?” — portandola oltre l’orizzonte, “sotto il sole”: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria vita?» (Mc 8,36). Dove Qoelet si ferma all’onestà del vuoto, il Vangelo indica dove cercare ciò che non svanisce.
Dal punto di vista psicologico, è la dinamica che oggi chiamiamo “assuefazione edonica”: ogni traguardo raggiunto smette presto di darci gioia, spingendoci a inseguirne un altro. Riconoscerlo, con la stessa onestà di Qoelet, non è arrendersi: è il primo passo per smettere di cercare pienezza dove, per natura, non ci può essere e non può durare.