La domanda scomoda che ogni crisi prima o poi ti pone
Ora, un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Dalla terra, che ho percorso in lungo e in largo». Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male». Satana rispose al Signore: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non sei forse tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!» (Gb 1,6-11).
Ti sei mai chiesto se la tua fede resisterebbe davvero se le cose andassero male o se, nel profondo, ti comporti bene con la segreta convinzione che così “non ti accadrà nulla di brutto”?
Il libro di Giobbe si apre con una scena in prosa ambientata in cielo: i “figli di Dio”, cioè i membri della corte celeste, si presentano al Signore e, con loro, “Satana”. Qui non è ancora il diavolo della tradizione cristiana: in ebraico è ha-satan, “l’accusatore”, una sorta di pubblico ministero della corte divina, il cui compito è mettere alla prova la sincerità degli uomini. È lui a formulare la domanda che regge tutto il libro: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla?» — dove “per nulla” traduce l’ebraico hinnam, “gratuitamente”, “senza tornaconto”. La siepe intorno a Giobbe è l’immagine della protezione: l’accusa è che la sua bontà sia solo il prezzo pagato per quella siepe.
Gesù smonta questa logica retributiva. Davanti a un cieco dalla nascita, i discepoli chiedono: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?». Lui risponde: «Né lui ha peccato né i suoi genitori» (Gv 9,2-3). La sofferenza non è un conto da saldare, né la prosperità un premio.
Dal punto di vista psicologico, è quella che si chiama “credenza in un mondo giusto”: l’idea che, se ci comportiamo bene, la vita ci darà ciò che meritiamo. Quando la sofferenza arriva senza motivo, non crolla solo il nostro comfort, ma anche l’immagine di Dio che ci eravamo costruiti e, a quel punto, una voce interiore, simile all’accusatore, può insinuare: “Forse hai creduto solo per convenienza”.
Il libro di Giobbe non risponde con una spiegazione, ma con una relazione: in fondo non è una teoria sul dolore a sostenere Giobbe, ma l’incontro con Dio stesso. La vera fede non è un contratto né un’assicurazione contro la sofferenza: è una fiducia capace di restare quando la “siepe” sembra caduta, perché non si è mai retta sulla siepe, ma su Colui che l’aveva posta.