Lasciare ciò che ti trattiene
Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini adulti, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e greggi e armenti in mandrie molto grandi. Fecero cuocere la pasta che avevano portato dall’Egitto in forma di focacce azzime, perché non era lievitata: infatti erano stati scacciati dall’Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio. La permanenza degli Israeliti in Egitto fu di quattrocentotrent’anni. Al termine dei quattrocentotrent’anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dalla terra d’Egitto. Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dalla terra d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione (Es 12,37-42).
Ci sono momenti nella vita in cui comprendiamo che qualcosa deve cambiare. Magari una relazione ci fa soffrire o una ferita continua a sanguinare dentro di noi, oppure una dipendenza emotiva ci consuma o, semplicemente, ci sentiamo bloccati. Tuttavia, anche quando vediamo chiaramente ciò che ci fa male, facciamo fatica a lasciarlo andare.
Il libro dell’Esodo racconta una dinamica profondamente umana. Dopo oltre quattrocento anni di schiavitù, Israele esce, finalmente, dall’Egitto: «Al termine dei quattrocentotrent’anni, tutte le schiere del Signore uscirono dalla terra d’Egitto» (Es 12,41).
A prima vista, sembra una semplice cronaca storica, in realtà, descrive ciò che accade ogni volta che Dio inizia un’opera di liberazione nella vita di una persona.
L’Egitto rappresenta tutto ciò che ci tiene schiavi: paure, sensi di colpa, dipendenze affettive, vecchie ferite, convinzioni limitanti, abitudini distruttive. Spesso, cerchiamo di risolvere il nostro disagio accumulando sicurezze, controllando ogni situazione, cercando approvazione dagli altri o inseguendo piaceri momentanei, tuttavia, queste strategie non guariscono il cuore. Lo anestetizzano soltanto.
Il dettaglio delle focacce azzime è particolarmente significativo. Gli Israeliti non hanno il tempo di far lievitare il pane. Devono partire subito. Biblicamente, il lievito rappresenta ciò che fermenta e si diffonde. In questo contesto, indica che arriva un momento in cui non si può più rimandare il cambiamento.
Molte persone attendono di sentirsi pronte prima di fare un passo nuovo. Aspettano di non avere più paura, di avere tutte le risposte o di sentirsi completamente guarite. Dio, però, agisce spesso in modo diverso. Prima invita a partire, poi accompagna lungo il cammino.
La guarigione spirituale non consiste semplicemente nello stare meglio. Consiste nel passare da una condizione di schiavitù a una condizione di libertà. Per questo Israele deve lasciare l’Egitto. Non basta desiderare la libertà, occorre attraversare il distacco da ciò che ci imprigiona.
Il testo afferma, inoltre, che quella fu una «notte di veglia per il Signore». È un’espressione straordinaria. Mentre Israele dorme nella paura e nell’incertezza, Dio veglia. Mentre il popolo non vede ancora la Terra Promessa, Dio ne custodisce il cammino.
Anche nelle nostre notti interiori accade la stessa cosa. Quando tutto sembra fermo, quando non comprendiamo ciò che sta succedendo, quando ci sentiamo smarriti, Dio continua a operare. La fede non elimina le difficoltà, ma ci permette di camminare sapendo che non siamo soli.
Forse oggi il tuo Egitto non è un luogo geografico ma una situazione che ti impedisce di vivere pienamente. La domanda che questo brano pone al cuore non è: «Da cosa vuoi essere liberato?». La domanda più profonda è: «Se Dio aprisse davvero la porta, saresti disposto a partire?».
Ogni liberazione autentica comincia da qui: fidarsi abbastanza da compiere il primo passo.