L’ammonimento di Gesù sulla via del Calvario

Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?» (Lc 23,27-31).

Perché a volte mi commuovo per il dolore di uno sconosciuto, di un personaggio in un film, di una storia sui social, ma poi torno alla mia vita senza che nulla cambi davvero? Perché è più facile piangere per qualcun altro che guardare in faccia le mie ferite? E se la mia commozione fosse, in fondo, un modo per non affrontare me stesso?

Lungo la via del Calvario succede qualcosa di sorprendente. Una folla segue Gesù piangendo e battendosi il petto: un’emozione autentica, ma tutta rivolta verso di Lui. Gesù, però, si ferma e si volta. Nel momento di massima sofferenza personale, sposta lo sguardo da sé a loro: «Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli» (Lc 23,28). Non rifiuta la compassione ricevuta, ma la reindirizza verso ciò che può davvero salvare: non un’emozione passeggera, ma una conversione reale.

San Paolo distinguerà proprio questi due tipi di dolore: «La tristezza secondo Dio produce un pentimento che porta alla salvezza… mentre la tristezza del mondo produce la morte» (2 Cor 7,10). Piangere “su” qualcuno, senza che nulla in noi si muova, è la tristezza del mondo: intensa, ma sterile. Piangere “su di sé”, lasciandosi toccare fino a cambiare, è la tristezza che guarisce.

Dal punto di vista psicologico, è un meccanismo molto comune: proiettare la propria sofferenza su una causa esterna o commuoversi per il dolore altrui, può diventare un modo elegante per evitare di attraversare il proprio. Sentiamo qualcosa, ci sembra di aver reagito, ma nella nostra vita non cambia nulla.

L’immagine finale del brano è un avvertimento severo quanto liberante: «Se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?» (Lc 23,31). Se il Giusto innocente attraversa una simile sofferenza senza colpa, quanto è più urgente non lasciare che la propria vita resti “secca”, chiusa, senza la linfa di una vera conversione.

Guarire, allora, non significa smettere di commuoversi, ma lasciare che quella commozione diventi, finalmente, sguardo su di sé: un’occasione per tornare a Dio con verità, non solo con lacrime.