Quando chi dovrebbe consolarti ti giudica invece

Pietà, pietà di me, almeno voi, amici miei, perché la mano di Dio mi ha percosso! Perché vi accanite contro di me, come Dio, e non siete mai sazi della mia carne? (Gb 19,21-22).

Ti è mai capitato di essere a terra e di sentire che le persone intorno a te che, invece di sostenerti, continuano a spiegarti dove hai sbagliato? O di accorgerti che sei tu, davanti al dolore di qualcuno, a cercare colpe invece di restare semplicemente accanto?

Questo grido appartiene al terzo discorso di Giobbe nel secondo ciclo di dialoghi con gli amici, in risposta a Bildad. Il verbo tradotto “vi accanite” (in ebraico radaf) significa, letteralmente, “inseguire, dare la caccia”: è lo stesso verbo usato per il cacciatore che insegue la preda. Giobbe non sta esagerando: sta descrivendo con precisione ciò che prova, braccato da chi dovrebbe consolarlo. C’è anche un aggravante: dice che si comportano “come Dio” — hanno preso il posto del giudice, mentre lui aveva bisogno di amici.

C’è un contrasto che il libro stesso mette in luce. All’inizio, quando gli amici arrivano e vedono la sua sofferenza, “sedettero accanto a lui per terra sette giorni e sette notti, senza rivolgergli parola” (Gb 2,13): la loro prima risposta era stata il silenzio condiviso, la forma più pura di compassione. È solo quando iniziano a parlare, a cercare spiegazioni per la sua sciagura, che la vicinanza si trasforma in accusa.

Dal punto di vista psicologico, questo passaggio — dal silenzio che sostiene alla parola che giudica — è comune anche oggi. Davanti al dolore altrui, la tentazione più diffusa è quella di trovare una causa, quasi sempre per rassicurare noi stessi che a noi non accadrà lo stesso. È, però, proprio questo bisogno di spiegare a ferire chi soffre, aggiungendo solitudine al dolore.

Imparare a restare, come i primi sette giorni, senza il bisogno immediato di dire qualcosa, resta una delle forme più mature di amore — e forse anche la preghiera più onesta che si possa fare per chi è a terra: chiedere solo pietà, non un colpevole.