Il segreto per accettare la stagione che stai vivendo

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato. Un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via. Un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace. Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica? (Qo 3,1-9).

Ti capita di sentirti in colpa quando hai bisogno di fermarti, piangere o chiudere qualcosa, come se dovessi sempre essere positivo e produttivo? Perché ci confrontiamo continuamente con chi sembra “più avanti” di noi nella vita?

Qoelet costruisce questo poema con quattordici coppie di opposti — nascere/morire, piangere/ridere, tacere/parlare, amare/odiare ecc. — una figura che in ebraico si chiama merismo: nominare i due estremi per indicare tutto ciò che sta in mezzo. Non è un elenco casuale: è un modo per dire che ogni possibile esperienza umana, comprese quelle che vorremmo evitare, ha una sua legittimità.

C’è anche un dettaglio linguistico prezioso: la parola ebraica usata per “tempo” (et) non indica il tempo che scorre in sequenza, ma il momento giusto, opportuno — ciò che il greco del Nuovo Testamento chiamerà kairos, distinto dal semplice chronos. Non basta agire: bisogna riconoscere qual è il tempo adatto a ciò che si sta vivendo.

Gesù stesso vivrà questa sapienza in modo radicale, sfidando le convenzioni religiose del suo tempo: davanti a un uomo malato di sabato, chiede: “È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?” (Mc 3,4). Riconosce che il vero tempo per guarire è quello del bisogno reale, non quello fissato da una regola rigida.

Dal punto di vista psicologico, questo testo è un antidoto alla “positività tossica”: la pressione a essere sempre sereni, produttivi, in crescita. Permettersi un tempo per piangere, per tacere, per lasciar andare qualcosa, non è un fallimento: è saggezza che riconosce il ritmo reale della vita, diverso per ognuno.

Onorare la stagione che si sta vivendo — anche quella che non avremmo scelto — non significa arrendersi al tempo che passa, ma imparare a riconoscere quale sia, oggi, il tempo opportuno.