Attenzione alle vie che portano al fallimento
Non fare il male, perché il male non ti prenda. Stai lontano dall’iniquità ed essa si allontanerà da te. Figlio, non seminare nei solchi dell’ingiustizia per non raccoglierne sette volte tanto (Sir 7,1-3).
Perché certe scelte che sembrano vantaggiose sul momento, finiscono quasi sempre per ritorcersi contro chi le fa? Perché, a volte, ci comportiamo come se le conseguenze non ci riguardassero, salvo poi ritrovarcele davanti anni dopo?
Il Siracide, all’inizio del capitolo 7, non fa un discorso di precetti da rispettare: descrive un meccanismo. Ben Sira, maestro di sapienza a Gerusalemme intorno al 180 a.C., scrive per giovani che devono imparare a vivere bene, non per condannare i peccatori — il genere sapienziale a cui appartiene il libro ragiona per cause ed effetti, non per divieti. L’immagine scelta è agricola: “non seminare nei solchi dell’ingiustizia per non raccoglierne sette volte tanto”. Il “sette” nella cultura biblica non è un calcolo matematico: è un numero che indica pienezza, completezza — lo stesso “sette volte” usato in Genesi 4,15 per la vendetta di Caino. Non significa “sette volte il danno esatto”: significa che il raccolto, nel bene come nel male, arriva sempre in misura piena, spesso più grande di quanto avremmo immaginato seminando.
È un’osservazione pratica, non un moralismo: chi semina ingiustizia non sta trasgredendo a una regola esterna, sta costruendo con le proprie mani gli ostacoli della propria vita futura. La stessa immagine tornerà, secoli dopo, nelle parole di san Paolo: “Non lasciatevi ingannare… Ciò che l’uomo semina, quello raccoglierà” (Gal 6,7). Paolo non minaccia: descrive una legge che vale per tutti, credenti e no.
Dal punto di vista psicologico, questo principio spiega bene il meccanismo dell’autosabotaggio: scelte che promettono un vantaggio immediato — una scorciatoia disonesta, una parola che ferisce, una relazione tossica coltivata per comodità — producono, nel tempo, instabilità, sfiducia, un’immagine di sé sempre più fragile. Non serve un giudice esterno perché il conto arrivi: il seme, una volta piantato, cresce comunque.
Realizzarsi davvero, allora, non significa reprimersi per dovere, ma acquisire la lucidità di riconoscere quali scelte, oggi, stanno preparando il campo del proprio domani — e scegliere di seminare qualcosa che valga la pena raccogliere.